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PALABRAS – LA PAURA

Da dove deriva la paura?

No, non parliamo di quell’emozione in cui concorrono stati d’animo di apprensione, turbamento, ansia e sgomento,
ma della parola che la designa. Pa-u-ra. Tre sillabe che fanno rabbrividire.

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A quale base etimologica, dunque, attinge questo nome bello e misterioso?

Il termine paura, e con esso le varianti antiche pagura e paóra, risale etimologicamente al latino pavor, –ōris, dal verbo pavēreessere spaventato, sbigottito’, ‘temere, paventare’.
Successivamente pavor ha cambiato suffisso, esitando nel latino volgare *pavura.
Da questa base provengono anche lo spagnolo pavura e il francese antico paur.

Nella nostra letteratura paura appare per la prima volta in un verso del Ritmo Laurenziano, componimento giullaresco scritto alla fine del XII secolo o al principio del XIII. L’autore di questa poesia è un giullare toscano che rivolge lodi sperticate a un vescovo al fine di ottenere in dono un cavallo. Alcuni arcieri si aggirano minacciosi intorno a lui. Il giullare sente di essere in pericolo, sbigottisce e scrive: «Di paura sbagutesco».

La forma classica pavor − con cui si denominava anche il dio latinoPavore, personificazione del terrore panico in guerra − sopravvive nell’italiano pavore, voce dotta, che troviamo anche in autori non toscani come Giacomino Pugliese e Iacopone da Todi. Ancora nel Novecento il grande Carlo Emilio Gadda cedeva a questo cultismo: «Quel suo perenne pavore nei confronti del trillo del campanello».

Dal verbo latino pavēre e dal suo participio presente pavens, –entisderiva il latino volgare *paventāre. Di qui i verbi italiani paventare espaventare (con l’aggiunta del prefisso ex-) e i nomi comuni pavento e spavento.
Pavere, peraltro, è anche un verbo italiano. Si tratta, ancora una volta, di una voce dotta e non è un caso che il primo poeta a usarla sia stato il protoumanista par excellence Francesco Petrarca.

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Tornando al nostro paura,al plurale con questo termine si intendeva un essere immaginario creato dalla fantasia popolare e usato come spauracchio per i bambini. Pietro Fanfani, nel suo Vocabolario dell’uso toscano del 1863, ce ne offre un esempio eloquente: «Non ci andare, sai, laggiù: c’è le paure». Da questo significato, inoltre, paura ha assunto anche il valore di ‘persona di eccessiva magrezza, secca, allampanata’, proprio come quegli esseri che tanto atterrivano i piccoli.

L’uso antico ci rivela locuzioni e modi di dire piuttosto interessanti.Essere una paura, ad esempio, significava ‘essere pericoloso’: in Boiardo «Giovanetto era e de animo sì fiero / che a praticarlo era una paura». Sempre tra gli autori del passato non era rarissima la locuzione pisciare la paura, che rispecchiava il valore di ‘riacquistare coraggio, riprendere animo’. Erano altri tempi, sicuramente meno pavidi: oggi, invece, ci si piscia addosso dalla paura!

Chiudiamo con un modo di dire abbastanza comune: aver paura della propria ombra, ossia ‘spaventarsi o preoccuparsi per nulla’. Nel latino volgare questa espressione veniva icasticamente indicata dal verbo *exumbrare. Da questa voce derivano lo spagnolo asombrar e soprattutto il verbo meridionale assurmarse, con il valore di ‘aver paura, spaventarsi’. Il significato originario si è perso, tant’è che oggi a Monopoli, centro del Barese, si dice s’assòrme pure de l’òmbre só stèsseha perfino paura dell’ombra sua stessa’.

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Giovanni Laera

PALABRAS… ALLA RADICE DELLA PAROLA – INTRODUZIONE

Con grandissimo piacere oggi introduciamo
la nuova rubrica di linguistica italiana.

Palabras – Alla radice della parola

Questa tratterà dell’etimologia, ovvero la storia delle parole,
indagandone le origini e le evoluzioni fonetiche, morfologiche,
semantiche e storiche
ma descritte in modo semplice e diretto.

La rubrica sarà interamente curata dal Professore Giovanni Laera.
Le pubblicazioni non avranno cadenza programmata
e le parole verranno scelte dal curatore e dallo staff.

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Palabras
vi conquisterà.
Buona lettura