Re-Visioni: Hitchcock e la vertigine del delitto

Non c’è paura in uno sparo, ma soltanto nella sua attesa.

Dopo una carriera a lungo stroncata dai critici che lo relegavano esclusivamente al discriminato genere giallo – motivo per cui non vinse mai l’Oscar come regista – la rivalutazione di Alfred Hitchcock arriva nei primi anni ’50, con la Nouvelle Vague francese e ancor più a partire dal 1967, con la pubblicazione di Il cinema secondo Hitchcock, di François Truffaut.
Così il giovane cineasta francese raccoglie la lunga intervista concessagli dal maestro del brivido, dando vita a uno dei libri più interessanti e illuminanti sul cinema e sulle sue tecniche.

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Il metodo di Hitchcock consisteva nel programmare qualsiasi immagine e azione negli storyboard, senza lasciare mai nulla al caso, tantomeno l’improvvisazione degli attori.
Il regista, infatti, si schierava contro il metodo dell’Actor’s Studio imponendo una recitazione minimalista, “negativa”: l’emozione veniva creata esclusivamente dall’alternanza di primi piani del personaggio e controcampi di ciò vedeva – riprendendo la teoria del montaggio del sovietico Kuleshov.
Secondo Truffaut la suspense hitchcockiana si identifica con l’abilità del regista di dilatare il tempo, giocando sul ritardo dell’azione attesa dallo spettatore.
Richard Allen, nel suo saggio Hitchcock and Narrative Suspense, confronta questa linea di pensiero con quella di Noël Carroll, teorico dell’estetica contemporanea.
La definizione di Truffaut, dice Allen, rappresenta una forma di suspense oggettiva, in cui lo spettatore ha una conoscenza superiore a quella del personaggio.
Secondo Carroll, invece, quella di Hitchcock sarebbe una suspense soggettiva, in cui lo spettatore si trova sullo stesso piano del personaggio da un punto di vista emotivo e psicologico.
Nella visione di Allen, entrambe le definizioni sono alla base della suspense hitchcockiana: la dilatazione del tempo enfatizza l’identificazione con il personaggio.
Il cinema di Hitchcock vive diverse fasi, dai primi film muti a quelli del cosiddetto periodo inglese – dal 1922 al 1939 – fino al periodo americano, segnato dal capolavoro che lo consacra, Rebecca, la prima moglie, del 1940, e che termina con il suo ultimo film, Complotto di famiglia, del 1976.
In questa rubrica ci concentreremo principalmente sul periodo americano di Hitchcock, il più prolifico e maturo dal punto di vista tecnico e strutturale: un appuntamento mensile con recensioni e analisi delle opere del regista inglese, con particolare attenzione alla componente psicoanalitica e ai temi ricorrenti.
A questo proposito proponiamo un’interessante indagine pubblicata dal The Guardian (agosto 2013) sulle ossessioni del regista che si ripetono nei suoi film, dalla passione per le attrici bionde alle morti violente dei personaggi (SPOILER): The 39 stats: Alfred Hitchcock’s obsessions in numbers 


Spellbound – Io ti salverò
(1945)

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Un uomo che limita i suoi interessi limita la sua vita