Archivi categoria: Hitchcock e la vertigine del delitto

Io ti salverò

SpellboundIo ti salverò (1945)

Regia Alfred Hitchcock
Soggetto Fancis Beeding
Sceneggiatura Ben Hecht
Fotografia George Barnes
Produzione David O. Selznick
Musiche Miklòs Ròsza
Scenografia James Basevi, John Ewing, Emilie Kuri e Salvador Dalì

Con
Ingrid Bergman, Gregory Peck, Michael Chekhov, Leo G. Carroll, Rhonda Fleming,
John Emery

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Un nuovo direttore arriva nella clinica psichiatrica Green Manor, il dottor Edwardes (Gregory Peck), per sostituire l’anziano dottor Murchison (Carroll). Constance Peterson (Ingrid Bergman), promettente psicanalista della clinica, s’innamora all’istante del giovane Edwardes, che mostra da subito segni di squilibrio.
Constance scoprirà presto che l’uomo, in realtà, soffre di amnesia, crede di aver ucciso il vero dottor Edwardes e di essersi, poi, sostituito a lui. La donna, certa della sua innocenza, cerca di aiutarlo a recuperare la memoria e a ricostruire la sua identità, indagando sull’origine delle sue fobie, che si scatenano alla vista della neve e delle righe nere. Una volta resa nota la scomparsa del vero dottor Edwardes, l’uomo viene sospettato di omicidio e i due innamorati scappano.
Grazie all’analisi di un particolare sogno del paziente/amante, Constance acquisisce molti elementi per accertare l’innocenza dell’uomo e per scoprire, poi, il vero, insospettabile assassino del dottor Edwardes: rivivendo, infatti, un trauma infantile rimosso, l’uomo, il cui vero nome è John Ballantine, riacquista la memoria e dunque la sua identità.
Io ti salverò, o meglio Spellbound, nel suo titolo originale, è tratto da The House of Dr. Edwardes di Francis Beeding, adattato dallo sceneggiatore Ben Hecht.
Quella di Hitchcock è una vera indagine nel mondo della psicoanalisi: la componente psicologica, sempre presente nei film del cineasta inglese, diventa, qui, protagonista assoluta e prende forma attraverso molteplici e interessanti elementi. Si parla di scambio d’identità (Ballantine/Edwardes), di rimozione a seguito di un forte senso di colpa, di transfert (l’amore tra medico e paziente) e, immancabilmente, di sogno: un film, dunque, che attraverso la psicoanalisi attraversa diversi generi, dal romantico al thriller.
A seguito di un trauma infantile, John vive un forte senso di colpa, che lo porta a oscurare dalla sua memoria questo episodio drammatico. Trovandosi, molti anni dopo, a vivere una circostanza in parte simile, il passato riemerge provocando un nuovo, forte trauma che sembra cancellare completamente la sua memoria.
L’uomo, svuotato del suo vissuto, assume l’identità della persona che si convince di aver ucciso, il dottor Edwardes.
Il materiale rimosso, ma inevitabilmente presente nel suo inconscio, si palesa a tratti sotto forma  di allucinazioni: il bianco, la neve e le righe nere sono dei veri e propri simboli del suo trauma infantile.
L’unico luogo in cui il rimosso riesce a prendere forma è, appunto, quello del sogno: un insieme di immagini apparentemente confuse che, sotto l’indagine della psicoanalista, diventano riferimenti decisivi.
La costruzione formale della sequenza del sogno è sublime: dalla sinergia tra il regista e Salvator Dalì nascono immagini cariche surrealismo, in perfetta linea con il linguaggio onirico: mentre si delinea la verità rimossa di Ballantine, si affollano infiniti occhi che spiano, come noi spettatori attraverso la macchina da presa.

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Re-Visioni: Hitchcock e la vertigine del delitto

Non c’è paura in uno sparo, ma soltanto nella sua attesa.

Dopo una carriera a lungo stroncata dai critici che lo relegavano esclusivamente al discriminato genere giallo – motivo per cui non vinse mai l’Oscar come regista – la rivalutazione di Alfred Hitchcock arriva nei primi anni ’50, con la Nouvelle Vague francese e ancor più a partire dal 1967, con la pubblicazione di Il cinema secondo Hitchcock, di François Truffaut.
Così il giovane cineasta francese raccoglie la lunga intervista concessagli dal maestro del brivido, dando vita a uno dei libri più interessanti e illuminanti sul cinema e sulle sue tecniche.

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Il metodo di Hitchcock consisteva nel programmare qualsiasi immagine e azione negli storyboard, senza lasciare mai nulla al caso, tantomeno l’improvvisazione degli attori.
Il regista, infatti, si schierava contro il metodo dell’Actor’s Studio imponendo una recitazione minimalista, “negativa”: l’emozione veniva creata esclusivamente dall’alternanza di primi piani del personaggio e controcampi di ciò vedeva – riprendendo la teoria del montaggio del sovietico Kuleshov.
Secondo Truffaut la suspense hitchcockiana si identifica con l’abilità del regista di dilatare il tempo, giocando sul ritardo dell’azione attesa dallo spettatore.
Richard Allen, nel suo saggio Hitchcock and Narrative Suspense, confronta questa linea di pensiero con quella di Noël Carroll, teorico dell’estetica contemporanea.
La definizione di Truffaut, dice Allen, rappresenta una forma di suspense oggettiva, in cui lo spettatore ha una conoscenza superiore a quella del personaggio.
Secondo Carroll, invece, quella di Hitchcock sarebbe una suspense soggettiva, in cui lo spettatore si trova sullo stesso piano del personaggio da un punto di vista emotivo e psicologico.
Nella visione di Allen, entrambe le definizioni sono alla base della suspense hitchcockiana: la dilatazione del tempo enfatizza l’identificazione con il personaggio.
Il cinema di Hitchcock vive diverse fasi, dai primi film muti a quelli del cosiddetto periodo inglese – dal 1922 al 1939 – fino al periodo americano, segnato dal capolavoro che lo consacra, Rebecca, la prima moglie, del 1940, e che termina con il suo ultimo film, Complotto di famiglia, del 1976.
In questa rubrica ci concentreremo principalmente sul periodo americano di Hitchcock, il più prolifico e maturo dal punto di vista tecnico e strutturale: un appuntamento mensile con recensioni e analisi delle opere del regista inglese, con particolare attenzione alla componente psicoanalitica e ai temi ricorrenti.
A questo proposito proponiamo un’interessante indagine pubblicata dal The Guardian (agosto 2013) sulle ossessioni del regista che si ripetono nei suoi film, dalla passione per le attrici bionde alle morti violente dei personaggi (SPOILER): The 39 stats: Alfred Hitchcock’s obsessions in numbers 


Spellbound – Io ti salverò
(1945)