LA CENA DI HALLOWEEN – DOMENICO ATTIANESE

Non c’è Halloween senza una storia dell’orrore.
Il nostro Domenico Attianese inaugura questa nuova rubrica
donandoci una storia dell’orrore originale.

Buona Lettura

«Il vecchio amministratore l’hanno trovato sparso per casa in tanti piccoli pezzi, dicono che la moglie sia morta di crepacuore quando ne ha trovato uno nella tazza del caffè! Del dirigente del reparto vendite è stata trovata solo la testa, la cosa che gli funzionava meno, a dire il vero, e di quello del settore acquisti si sono perse le tracce, anche se i suoi cani hanno messo su tre chili in appena due giorni, ma la cosa più strana è la fine fatta dal vicepresidente: è stato infilato a forza nella sua tazza del cesso!»
«Che stronzata, un uomo non può entrare per intero in un gabinetto!» disse Tatsi, facendo spazio all’esclamazione tra una cucchiaiata di M&M’s e l’altra. Il sole le lambiva il seno che faceva capolino dalla camicia da notte rossa, mentre le paperelle sulle sue mutandine sembravano guardarsi intorno, frastornate, alla ricerca di cibo.
«Non è stato infilato intero, ma un pezzo dopo l’altro! Prima gli organi, poi le gambe, le braccia, le costole e infine la testa» rispose Ernst, addentando una ciambella al cioccolato e mimando l’intero processo. Segò via le appendici per metterle da parte, ci volle un po’ a segare via le gambe, poi aprì la casa toracica, staccò prima tutte le costole, mettendole di fianco agli arti, e poi gli organi, uno dopo l’altro, iniziandoli a infilare nel gabinetto. Le interiora scendevano lentamente attraverso il tubo di scarico, spinte dal braccio sinistro del cadavere. Seguirono a ruota le costole, le quattro appendici e poi il busto, infilato per metà, facendo rimanere la testa fuori, come un disgustoso totem.
«Un bel teatrino, ma quanto di tutto quello che mi stai dicendo è vero?»
«Beh, i cani di Nick forse sono davvero ingrassati…»
Entrambi scoppiarono a ridere.
«Nessuno sa bene cosa sia successo. Non ci sono notizie ufficiali, sappiamo solo che i posti, da un giorno all’altro, si sono ritrovati vacanti. Hanno scelto quattro di noi per sostituirli e ho iniziato sfruttando la mia nuova posizione di AD per delegare tutto il lavoro, “delegato” significherà pur qualcosa, e occupare il tempo a cazzeggiare e creare teorie assurde.»
«Pensa piuttosto alla cena di Halloween…»
«Teorie assurde, stavo dicendo. Tornando seri per un attimo, penso sia stato a causa dell’appalto dell’agenzia delle entrate, forse non hanno oliato abbastanza chi di dovere ed è stato perso. In ogni caso se la staranno godendo con la liquidazione. Il vecchio AD me lo immagino già nella sua orrenda Ferrari con la carrozzeria ricoperta di jeans che gira per le strade di Bangkok in cerca di qualche puttanella thailandese.»
Tatsi scivolò verso Ernst, la camicia trasparente lasciava intravedere un corpo statuario e delle mutandine costellate di piccole ciambelle sorridenti. Lui stava per addentare un’altra ciambella al cioccolato, ma lei lo fermò e lo baciò appassionatamente. Lui la scostò, sorpreso e disturbato da quel gesto.
«Che ti prende?»
«Cena. Di. Halloween. Stanotte dove andremo a procurarci il cibo? Pensaci, non possiamo stare ancora molto senza mangiare. E ora, dopo questo momento “Lilly e il Vagabondo” è ora che vada, sono già le nove. Fatti aggiustare la cravatta, non sei mai stato bravo in queste cose.»
«Non stringere troppo, mi staccherai la testa! È quasi nuova!»
«Oh, non stare sempre a lamentarti. Potrai cambiarla una volta che saremo andati via da qui.»
«Me ne ero quasi dimenticato. Avevo già risolto per la cena! Stasera sono invitato, con la mia dolce metà, alla festa di Halloween organizzata dal nostro Presidente.»
«Vi invita addirittura a casa sua? Intende viziare i suoi nuovi dirigenti?»
«No, beh, in una delle sue ville. Non ha un luogo che si possa chiamare veramente casa. Uno dei vantaggi di essere ricchi, immagino. Ci ha invitato come tutti gli altri dirigenti. A quanto pare nessuno, a parte i piani alti, è a conoscenza delle feste di Halloween che organizza il Presidente. E visto che ha invitato anche noi, immagino sia qui che ogni anno avviene il cambio di guardia di parte dei dirigenti.»
«Avete un datore di lavoro un tantino misterioso.»
«Non per molto.

*

L’auto cozzò per la terza volta contro la rete metallica del parcheggio, seguita da un rumore di plastica frantumata. La luce posteriore destra si spense, lasciando l’auto orba.
«Quello non era il fanale destro?»
«Ho tutto sotto controllo.»
«Come fai a fare retromarcia con questo dannato mantello?»
«Ho il colletto abbassato, ci vedo benissimo»
«Certo, come no. Potevi evitare di indossarlo anche alla guida.»
«Sì, ma non avresti mai visto Dracula guidare una 500 rossa!»
«Magari l’originale sapeva guidare meglio. Muoviamoci ora!» disse Tatsi, svolazzando giù dalla macchina nel suo vestito bianco e insanguinato, portandosi dietro delle enormi cesoie arrugginite.
«Non dimenticare questa» replicò Ernst, indicando una maschera fatta di bende insanguinate, con due piccole fessure al posto degli occhi. La prese, chiuse l’auto e si avviarono attraverso il parcheggio buio, ma dopo appena due passi sentì qualcosa di schifoso sotto il piede.
«No, dannazione! Ho pestato qualcosa.»
«Oh, ecco le vittime!»
«Cosa?»
«Vieni alla luce del lampione.»
Ernst si avvicinò e vide una lunga scia di zucche. Le tracce degli pneumatici incastravano la sua 500.
«Hai spappolato i resti delle tue vittime. Guarda, hai ucciso anche Michael Jackson» disse Tatsi, indicando i resti della zucca dalle fattezze del celebre cantante.
«Come potevo sapere che avrebbero messo delle zucche già nel parcheggio? C’è un cazzo di lampione solo all’entrata.»
«È inutile, ormai sei uno zucchicida! Ho sposato un mostro!»
La luce del lampione bagnava appena le ruote di una macchina alla loro destra, prima dell’uscita del parcheggio. Ernst si avvicinò per pulirsi la scarpa dalle viscere cucurbitacee, ma appoggiandosi al cofano dell’auto sentì qualcosa di strano.
«Tatsi, vieni a farmi luce con il cellulare!»
«Le ruote sono già illuminate, che luce ti devo fare?»
«Non le ruote, la carrozzeria, c’è qualcosa di strano.»
Tatsi prese l’Iphone 6 e, impacciata come al solito, attivò la torcia, investendo in pieno il volto di Ernst.
«Non me, mi stai accecando» disse, coprendosi il volto con la mano destra.
«Hai il mantello attaccato al braccio, sembri proprio un vampiro adesso.»
«Non perdiamo tempo, la festa sarà già iniziata! Illumina l’auto.»
La luce dello smartphone illuminò la carrozzeria dell’auto di colore blu chiaro, sulla quale spuntava un cavallino rampante su sfondo giallo.
«Ecco, tessuto! Questa è l’auto di quel vecchiaccio di J. Jameson, ricoperta di jeans… che orrore! Sarà qui anche lui stasera, chissà se ci saranno anche gli altri ex dirigenti.»
«Jeans? Tessuto? Cosa stai blaterando? Quest’auto è verde militare.»
Ernst passò più volte la mano sulla Ferrari, come incredulo, quella che aveva scambiato per tessuto di jeans era in realtà vernice metallizzata verde militare.
«Eppure credevo di… beh, mi sarò poggiato all’auto toccando il mantello. E in effetti, ora che ci penso, il vecchio era famoso per un’oscena Ferrari verde militare.»
«Imbranato come al solito» disse Tatsi, avviandosi fuori dal parcheggio, seguita a ruota da Ernst.
«Ehi, aspettami!»
«Siamo in ritardo, dobbiamo salire il sentiero di montagna, no? Che diavolo, proprio qui doveva costruirsi una casa.»
«No, l’intera montagna è sua! Vieni, seguimi, il parcheggio dista due minuti dalla villa del presidente.»
Ernst e Tatsi attraversarono un piccolo sentiero che portava dal parcheggio fino ad un caseggiato illuminato che dava l’accesso al giardino della villa. Intorno a loro non c’era altro che la nuda montagna ed uno strapiombo di qualche centinaio di metri. La 500 aveva faticato non poco ad arrampicarsi fino a lì. Una piccola luce illuminava l’unica finestra del caseggiato, buia all’interno se non per dei leggeri baluginii di quello che doveva essere un piccolo televisore. Un volto emerse dall’oscurità.
«Invito, prego.»
Ernst si avvicinò, passò l’invito alla guardia che lo esaminò con una superficiale occhiata. La sbarra che bloccava il passaggio della guardiola iniziò ad alzarsi. La guardia restituì l’invito a Ernst, che lo vide chiaramente alla luce del piccolo faro che sovrastava la finestra. Un volto pallido e malaticcio, degli occhi spenti e una cicatrice che attraversava il volto da un lato all’altro delle orecchie. Due borchie erano infilate ai lati del collo. Ernst e Tatsi si avviarono verso il giardino della villa.
«Oh, anche lei in tema? Buona serata!»
«Cosa?», chiese Tatsi.
«La guardia era vestita da Frankenstein! Tu da mummia, io da Dracula… ora manca solo un lupo mannaro e il mostro della laguna nera!»
«Ma che stai dicendo? Era una normalissima guardia! E io sono un’infermiera killer, non una mummia… oh, ecco, siamo arrivati. Inquietante.»
La villa era costruita a ridosso di una parete di roccia, anzi, più che una vista sembrava un antico castello, inciso all’interno dell’ossatura stessa della montagna. Il giardino era completamente illuminato, ondate di verde e maree di colori investivano gli occhi da ogni angolo, in netto contrasto con l’opprimente pesantezza del castello, la cui fioca illuminazione era centellinata dandogli un aspetto ancora più spettrale.
«Ecco i familiari delle tue vittime!»
«Sì, in effetti Michael Jackson può somigliare a Nosferatu, ma di certo non ha le orecchie di un Gremlin.»
La rampa di scale che portava all’entrata del maniero, un massiccio portone in legno scuro, era illuminata da decine di zucche intagliate, posizionate in coppia su ogni gradino. Nosferatu aleggiava di fianco a Freddy, un Predator sorrideva ad Homer Simpson e, intanto, un uomo lupo li fissava minaccioso. Ernst vide Tatsi allontanarsi sulla rampa di scale, non riuscendo a muoversi.
«Dammi una mano!»
«Dai, ci staranno aspettando. Le zucche non fuggiranno da lì, potrai ammirarle dopo.»
«È colpa del mantello, si incastra sempre in qualche zanna sporgente o in qualche bocca… ma come diavolo fa!?»
«È evidente, le zucche vogliono mangiarti.»
Ernst strappò una manciata di denti a uno xenomorfo arancione e riuscì a liberare il mantello.
«Siete in perfetto orario, state tranquilli.» disse loro una voce cupa che sembrava provenire dal castello.
I due scheletri a guardia del portone, talmente ben fatti da sembrare veri, si fecero da parte quando venne spalancato da un piccolo spaventapasseri. Quest’ultimo si staccò la testa e, dalla massa di paglia, emerse quella glabra e tracagnotta del Signor Argento, il presidente.
«Vi è piaciuto l’effetto surround della mia voce, eh? Tu devi essere il nuovo dirigente del reparto vendite, vero?»
«Sì, sì, sono io. Ci scusi per il ritardo, ma…»
«Oh, non preoccuparti, entrate, abbiamo organizzato un ricchissimo buffet, stavamo aspettando solo voi.»
Il signor Argento li spinse dentro casa. I numerosi quadri esposti lungo il corridoio d’ingresso, insieme alle statue che occupavano lo spazio tra una porta e l’altra, davano l’impressione di essere in una galleria d’arte.
Nel chiudere il portone, la maschera di paglia del padrone di casa scivolò fuori, in mezzo alle zucche.
«Andate pure avanti, la porta alla fine del corridoio, non potete sbagliare. Il tempo di raccogliere la mia testa e vi raggiungo» disse il signor Argento, sorridendo e sgattaiolando fuori dal portone, che si richiuse con un tonfo, lasciando Dracula e un’infermiera assassina a passeggiare in un’inquietante galleria alla luce delle fiaccole.
Nel salone c’erano una ventina di persone, sedute sui divanetti a discutere o a bere qualcosa. Tutti i presenti si girarono verso Ernst e Tatsi, fissandoli per qualche secondo, per poi tornare a parlare tra loro come se niente fosse, ignorando i nuovi arrivati. Decine di zucche erano posate sulle balaustre del piano superiore, che si affacciava su tutto il salone. Ernst non riconobbe nessuno di loro, né i suoi colleghi attuali, né i suoi vecchi dirigenti.
«Che strano.»
«Sì, è stato inquietante quando si sono girati tutti verso di noi…»
«No, pensavo all’invito. Non sembra esserci musica, né giochi, quindi mi domando il perché sull’invito ci fosse la richiesta di non indossare abiti troppo elaborati.»
«Perché ci restano sullo stomaco.»
La voce proveniva dall’alto. Il signor Argento spuntava dal piano superiore.
«In che senso?» chiese Ernst, mentre tutti gli altri presenti in sala smisero di parlare, si alzarono e si misero in cerchio intorno a loro.
«Per anni abbiamo dovuto prima svestire i nostri pasti, quando invece hanno vestiti poco elaborati possiamo inghiottirli senza problemi.» disse il Signor Argento, poco prima di staccarsi la testa con un disgustoso risucchio. Il piccolo spaventapasseri decapitato prese una lanterna-zucca dalla balaustra e se la attaccò sul collo. Questa prese vita, assumendo la consistenza della carne e gli occhi si illuminarono di una sinistra malvagità. Strappò il costume da spaventapasseri, rivelando un esoscheletro di liane che collegavano la testa mostruosa al corpo, una pianta carnivora delle dimensioni di un uomo, irta di denti aguzzi.
«Nel senso che sua moglie aveva ragione», emerse la voce grottesca dalla pianta carnivora. «Le zucche vogliono davvero mangiarvi.»

*

«No, le zucche no!» urlò Ernst.
«Calma, Cowboy.»
«Le zucche volevano mangiarci, Frankenstein faceva da guardia e, oh, c’era un’orribile Ferrari. No, due. Che mutandine porti? Con le paperelle o con le ciambelle?»
«La fame ti sta facendo brutti scherzi.» disse Tatsi.
Ernst si agitò nel letto, cercando di capire dove fosse. Il disorientamento passò dopo qualche istante, mentre il sudore freddo aveva inzuppato il cuscino.
«Eravamo a cena, dal capo di questo involucro, e poi ci hanno attaccato…» disse Ernst, indicando se stesso.
«No, ti avevo detto che sarei uscita io a procurarmi il cibo per la cena di Halloween perché tu eri senza forze e quando sono tornata ti ho trovato svenuto. Hai avuto degli incubi, ma ora andiamo, la cena è pronta.»
Tatsi si tolse i vestiti, un pantalone scuro e una camicetta, i capelli rossi scendevano come un piccolo rivolo di fuoco sulla schiena pallida. Aiutò Ernst ad alzarsi dal letto e a spogliarsi, un corpo poco più che in forma sgusciò fuori da uno scadente pigiama di pile blu. Lui le strinse un seno, prima di avvicinarsi a lei.
«Come faranno ad eccitarsi per queste cose?»
«Non so, sono solo umani. Ora andiamo, la cena ci sta aspettando.»
Ernst la prese per mano e si avviarono verso la cucina. La pelle iniziò a sfaldarsi, lasciando scorze di umanità lungo il corridoio di casa, le loro dita si intrecciarono, allungandosi e penetrando le une all’interno del corpo dell’altro. Un unico corpo strisciava verso l’uscio della cucina, esplodendo in un groviglio di rami con due teste che sembravano essere sul punto di colare via. Delle urla provennero dalla cucina.
«Oh, che tesoro che sei. Sarà per questo che li ho sognati stanotte.» disse la testa che una volta era Ernst, ormai ridotta ad una poltiglia arancione con due fessure.
«Di nulla, sapevo che il legame telepatico sarebbe potuto essere un problema, e per questo ne ho presi di più. Devi mangiare di più.» rispose Tatsi, avvicinando la sua testa all’altra, dando il via ad un disgustoso bacio che si concluse con l’unione delle due teste in una sola.
Intanto quattro persone erano legate alle sedie della cucina, i volti rigati dalla lacrime, tentando di liberarsi dalle catene che li tenevano in balia dell’ermafrodito alieno. L’uomo anziano era ormai svenuto, forse morto di crepacuore alla vista dell’orrore che voleva mangiarli. I due ragazzi al centro erano sul punto di svenire, mentre la ragazza a sinistra era in preda a crisi di vomito.
«Da chi potremmo iniziare?» disse l’essere con voce maschile.
«Oh, dall’amministratore delegato. Quelli vecchi sono sempre più stoppacciosi, meglio mangiarli per primi. Ovviamente io scelgo la donna da abitare, tu?» disse l’essere con voce femminile.
«Oh, uno dei due ragazzi. Quello vecchio durerebbe poco.»
«Buon appetito, amore.» disse in coro.

La cena di Halloween
di Domenico Attianese

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